lunedì 20 marzo 2017

2017-3-13 - Diana Krall

C'erano una volta le cantanti jazz. Erano più o meno tre in tutto, almeno per noi: le rivali Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan e, per i più raffinati, Lena Horne, poi c'era Billie Holiday ma era scomparsa troppo presto. Erano ovviamente nere (un po' meno la seconda e la terza) e fuori discussione. In realtà c'erano anche raffinate ma valide cantanti bianche come Chris Connor o Peggy Lee, o nere che battevano strade diverse come Abbey Lincoln, ma chi le conosceva da noi? Si capiva che erano cantanti jazz dal fatto che interpretavano solo canzoni di altri, i famosi standard, gli stessi ripresi dai vari campioni del jazz, e che usavano la voce quasi come uno strumento, con molte variazioni, e spesso ricorrevano ad una specie di canto ritmato chiamato "scat".

Poi l'anagrafe ha fatto il suo corso e alla fine degli anni '80 non ne era rimasta più nessuna, e del canto jazz non si parlava più. Fino a quando è arrivata lei. Io l'ho scoperta per caso (come molto altro, l'ho già scritto). Eravamo a metà degli anni '90 e il sabato avevo l'abitudine di passare a un negozio di dischi, chiamato non a caso Revolver, situato in una strada poi diventata famosa (c'era il bar della banda della Magliana, poi celebrata in un famoso libro, e poi film e serial TV su Sky). Avevano una gran scelta di CD usati e all'epoca i CD costavano parecchio, Internet non era abbastanza veloce e i CD usati erano una buona soluzione. Soprattutto se erano ben tenuti come quelli della nutrita sezione di jazz. Dove mi ha colpito un CD in raffinata confezione digipack (cartonata) al posto dell'antipatico jewel box, di una jazzista bionda e di gradevole aspetto che interpretava canzoni di Nat King Cole. Questo nome lo conoscevo, cantante  nero di grande successo (ma prima che io nascessi), lei invece mi era sconosciuta. Ho comprato il CD a scatola chiusa, col prezzo dimezzato a 10.000 lire si poteva. E così ho scoperto un album notevole, di standard romantici arrangiati in modo creativo da questa giovane musicista canadese, che li interpretava con classe al piano e alla voce, accompagnata da un piccolo gruppo acustico. Diana Krall, ovviamente.


Il secondo incontro fortuito è stato a Milano, dove mi recavo spesso per lavoro (la sede della nostra società era lì). Mentre aspettavo il treno (lo preferivo all'aereo per evitare la nebbia serale e il blocco possibile dei voli) se ero in anticipo andavo quasi sempre al negozio di dischi della stazione. E lì ho trovato un altro disco suo. La copertina stavolta era decisamente glamour con lei biondissima e flou e un titolo come "Love Scenes". Ma l'ho comprato lo stesso. E ho fatto bene perché era il miglior album della sua produzione, con il bassista numero uno della sua generazione, Christian McBride. Che duettava con lei proprio nel brano di apertura, All Or Nothing All, senza accompagnamento di altri strumenti. Una interpretazione notevole e un brano test che uso ancora, ma complessivamente veramente un ottimo album. Dopodiché ho comprato praticamente tutto. Non sono riuscito ancora a sentirla in concerto, a Roma è arrivata mi pare solo una volta e le prime file all'auditorium costavano un occhio della testa, essendo lei ormai famosa ovunque, ma mi hanno regalato il suo DVD dal vivo a Parigi, dove azzecca alcune interpretazioni veramente formidabili, come Cry Me A River o A Case Of You di Joni Mitchell.


Gli album non sono tutti allo stesso livello, la ragazza ha progressivamente virato sui territori del pop, avendo anche la possibilità di occupare un ampio spazio scoperto, ma sempre con grande classe e con la sua voce particolare, un po' scura, espressiva ma sempre leggermente distaccata. Arrivando anche ai territori della canzone d'autore grazie al matrimonio inaspettato con un esponente di lunga data della scena alternative inglese, Elvis Costello (con il quale ha avuto pure due gemelli). Il migliore del periodo successivo è From This Moment On, ma da segnalare è anche The Girl In The Other Room, con la forte influenza di Costello. Molto buono anche il recente Glad Rag Doll sulle canzoni del periodo dixieland, quasi reinventate, con lei ironicamente in copertina super-sexy a 48 anni, nei panni appunto della "felice bambola di pezza".


Ma la cosa più notevole è che, grazie al suo successo mondiale, ha fatto rinascere il canto jazz, in forme nuove e più accessibili, dando origine a tutta una generazione di followers, da Stacey Kent a Holly Cole, da Sarah McKenzie, anche pianista, ad Alexis Cole, alla nostra Roberta Gambarini, e pure Michael Bublè è sempre nella stessa linea di estetica musicale. Ma tutto sommato anche la nuova stella del canto jazz puro, Cecile McLorin Salvant, che tenta anche un recupero dello stile "alla Ella Fitzgerald" deve quasi tutto a lei e al rinnovato interesse per il genere.
Attendiamo il 5 maggio prossimo il suo prossimo album Turn Up The Quiet (un titolo, un programma).

 


Per ascoltare qualcosa:

The Boulevard Of Broken Dreams



Cry Me A River
 

The Willow Weep For Me (da Standard a confronto di Musica & Memoria)
 
 

sabato 25 febbraio 2017

2017-2-25 / Lhasa De Sela

Quella di stasera invece non è una scoperta che è arrivata da una recensione. Su Rai 3 al pomeriggio tardi, in un orario nel quale ogni tanto sono in macchina, si può ascoltare un programma musicale chiamato 6 gradi, ispirato alla nota leggenda metropolitana (ma forse questa è vera, c'è qualcuno che ha provato a verificarla) che qualsiasi persona del mondo è collegata ad ogni altro da sei gradi di separazione, non uno di più. Quindi con un'ardita trasposizione alla musica vengono proposte scalette di 6 canzoni o brani musicali associati tra loro per associazioni a volte ardite, Tranne casi rari sono proposte  dagli ascoltatori e con questo originale sistema può ascoltare musica di ogni tipo.

E così un giorno ho scoperto per via indiretta questa singolare musicista, Lhasa De Sela, cresciuta in una famiglia tardo hippy americana (da qui anche il nome tibetano) prima negli Stati Uniti, poi a lungo in Messico, e infine stabilitasi in Canada. Dove ha iniziato a scrivere e proporre le sue canzoni, apparentemente semplici e quasi tradizionali nella struttura in genere riconducibile al folk, ma sempre contenenti qualcosa di originale e straniante. Dopo quell'ascolto casuale, grazie allo streaming ho potuto ascoltare per intero i suoi album, e ho scoperto che la sua musica, pur semplice, non stanca mai, e lascia invece la sensazione di ascoltare qualcosa che arriva da un tempo e da un mondo lontano da noi.


Non molti album purtroppo, soltanto tre in tutto, perché la musicista cosmopolita è scomparsa prematuramente nel 2010, e anzi su Radio 3 il grado successivo era proprio una composizione dedicata a lei dal gruppo canadese Esmerine, piuttosto noto laggiù, dal poetico titolo "Snow day for Lhasa".
Su YouTube c'è molto materiale dedicato all'artista messicano-americana, era molto amata anche in Francia, il Canada è un paese in buona parte francofono. Questa che propongo per farvi partecipi della scoperta è una delle sue canzoni che preferisco, De cara a la pared, ovvero "Di fronte al muro".


sabato 4 febbraio 2017

2017-2-4 / Gemma Ray

Ho già scritto qualcosa sulla musica in streaming? Mi pare di sì, comunque è la soluzione che inevitabilmente si affermerà per il primo media dematerializzato ed è anche il sogno realizzato per qualsiasi  appassionato di musica. Infatti con lo streaming l'appassionato, se legge una recensione di un album che sembra interessante o se sente un brano nuovo e insolito che gli fa venire voglia di sentire tutto l'album o altro del musicista, può fare quello che ha sempre sognato (e che mai avrebbe pensato possibile prima di Internet): andare su una specie di discoteca universale, cercare ciò che desidera ed ascoltarlo, anche subito. E anche con la stessa qualità dei CD, se accetta di pagare meno della metà di quello che paga per abbonarsi a Sky.

Io le recensioni le leggo soprattutto su una rivista di Hi-Fi, che però ha da sempre una eccellente sezione musicale con decine di recensioni ogni mese di jazz, classica, moderna, incisioni storiche e così via (Audio Review). Se la recensione mi incuriosisce cerco l'album su Qobuz o su Spotify (se su Qobuz in qualità CD non c'e) e lo ascolto. E così scopro musicisti nuovi quasi ogni mese (e anche album che proprio non sarebbe valsa la pena di comprare).



La musicista che ho scoperto e di cui scrivo oggi è interessante già come persona: una giovane donna inglese impegnata e anche di gradevole aspetto, che in più ha un talento non comune: tutte le sue canzoni sono scritte e composte da lei e inoltre tutti gli strumenti delle esecuzioni in studio sono suonati da lei e, ovviamente, le canzoni sono tutte cantate da lei (con una bella voce calda).
Manca solo come ingrediente (fondamentale) che la musica alla fine di questa esibizione di multiforme talento sia valida e originale e i testi non banali e in effetti così è, almeno per l'album recensito positivamente e che me l'ha fatta scoprire: l'ultimo di Gemma Ray (questo è il nome dell'artista), che è dedicato ad un tema molto attuale, infatti si chiama The Exodus Suite.

Un concept album, insomma, ma non dedicato a cronache drammatiche dei migranti, a tesi e proclami, ma alle sensazioni che questo cambiamento epocale che stiamo vivendo (e capendo molto poco) mette davanti a tutti noi. Tutto basato su frammenti di storie e metafore ("non avrei voluto essere solo un numero"). Con una musica che attinge a vari stili, echi di anni '60, effetti dark, esempi di quelle che gli inglesi chiamano "torch songs" e che potremmo tradurre con "ballate malinconiche", ma sempre con soluzioni musicali originali. Insomma, l'ideale per le sigle di qualche serie di Sky citato prima (magari succederà). 

Non vado oltre, le recensioni non sono il mio forte e consiglio di cercare quella di Onda Rock, o ancor meglio quella di AllMusic. Dico solo che, per gli amanti delle sigle dei generi, la sua musica sarebbe "noir-pop". Che, qualsiasi cosa significhi, a me piace. Un test per capire se piace anche a voi, è The Original One, ascoltabile su YouTube. Seguono un paio di foto della musicista in concerto, a scelta in bianco e nero o a colori.




sabato 14 gennaio 2017

2017-1-4 / Dead Can Dance

"Quello che vogliamo rappresentare è la nozione dualistica di scelta. Il nostro è un universo alla Blake nel quale l'umanità si può riscattare solo liberandosi dalla cecità, attraverso l'interpretazione corretta di segni ed eventi che permeano le leggi di natura... In questo caso lo 'Spleen' è visto come legato inestricabimente al concetto di 'Ideale ....". Cosa pensereste di un musicista che presenta con queste parole il suo album appena uscito? (E ho anche tagliato il resto della presentazione).
Ma no, non è come pensate, non è il solito musicista senza talento che cerca di sopperire alla mancanza con frasi auliche. È al contrario uno dei musicisti di maggior talento degli ultimi 20 o 30 anni, uno che ha iniziato con la sua partner artistica un percorso del tutto originale e decisamente affascinante nel vasto mondo della musica. Si chiama Brendan Perry e la partner Lisa Gerrard, lui inglese, lei australiana, si sono dati come nome Dead Can Dance. Sono gli iniziatori del dark wave variante gothic, una nuova tendenza degli anni '80. Ne avevo anche sentito parlare, ma sinceramente non mi era mai venuto in mente di ascoltare nulla di loro né degli altri "caposcuola", i Cocteau Twins, mi sembrava una delle tante mode musicali passeggere.


Io però nell'esplorazione della musica non seguo né l'approccio specializzato (andare fino in fondo in pochi generi musicali e su pochi autori) né l'approccio enciclopedico (cercare di conoscere tutto saltando da un genere all'altro), hanno entrambi notevoli svantaggi. Mi affido invece puramente e semplicemente al caso, lascio che la musica arrivi da me. In questo caso la molla è stato l'interesse per la tecnologia, il Super Audio CD o SACD, tentativo subito fallito di alta definizione in musica, e un giro in un grande negozio di libri e dischi Mondadori alle spalle di Piazza Augusto Imperatore, ora soppiantato da un megastore di abiti USA a basso prezzo (il destino del centro di Roma e di tutte le capitali, a quanto sembra). Nei negozi i SACD non sono praticamente mai arrivati, ma in un piccolo scaffale del megastore culturale c'era una piccola offerta di SACD superscontati, tra i quali buona parte della produzione di mezzo del duo. Erano in confezione cartonata, non nel detestabile jewel box, belle copertine, probabilmente per questo ne ho comprati un paio. E ho scoperto il mondo dei Dead Can Dance.
Non capivo all'inizio se fosse musica etnica, in quale lingua fossero cantati i versi dalla voce aerea ed estesissima della Gerrard, da dove avessero preso quegli spunti. Ma era comunque diversa, mai sentita e affascinante, e pure accessibile, anche se certo non era pop. Ho scoperto poi informandomi (e comprando tutti gli altri SACD in offerta prima che sparissero, ora sono diventati rarità per collezionisti), che erano tutte composizioni loro, e le parole erano spesso in vere lingue antiche, che erano composizioni frutto di approfonditi studi sulla musica etnica, sulla musica di altre epoche, anche medievali, sulle sonorità e il recupero di strumenti desueti, il tutto mischiato con suoni attuali. Suonata e interpretata tutta da loro, ma non solo in studio, perché tra i dischi comprati a caso c'era anche un live, ed era uno dei migliori.
Ma non la faccio lunga, chi vuole scoprire queste sonorità può leggere le recensioni sempre dettagliate di Ondarock e ascoltare qualcosa su YouTube. Ma questo è uno dei rari casi in cui servono proprio gli album, ognuno è diverso a modo suo e bisogna ascoltarli per intero. Per fortuna in streaming c'è tutta la loro produzione e non c'è bisogno di comprare su eBay i loro SACD o CD (sono cari anche quelli). E dire che il primo album che ho comprato e che mi ha conquistato, Spiritchaser, secondo la critica sarebbe anche il loro più debole!
Non posso mettere come suggerimento di ascolto un album intero, metto allora una gemma isolata, una canzone irlandese del '700 eseguita per voce sola da Lisa Gerrard. Penso che basti.


domenica 4 dicembre 2016

2016-12-4 / Nouvelle Vague

Chi era adolescente nella seconda parte degli anni '80, se ascoltava musica, ascoltava probabilmente la New Wave, un movimento musicale che in realtà si caratterizzava soprattutto per quello che non era, più che per quello che era. Non era punk. Era piuttosto eterogeneo, ma reintroduceva la creatività e la varietà dopo la monotonia ossessiva del punk. C'erano i portabandiera come i Joy Division, Echo & The Bunnymen o i Talking Heads, ma c'era anche l'elettronica tendente alla dance con i Depech Mode o il recupero dell'estetica mod e delle atmosfere jazzy con gli Style Council.

Parecchi anni dopo, nel nuovo secolo, un paio di musicisti francesi hanno avuto un'idea raffinata (sono francesi): riprendere queste canzoni e questi successi ormai dimenticati, soprattutto quelli che non erano stati riproposti e sfruttati più volte nelle antologie che celebravano gli anni '80. Ma con un approccio originale, a cominciare dal nome. Che, come sapete, è molto importante nella musica, soprattutto quando è evocativo. Nouvelle Vague, che in francese ha lo stesso identico significato di "new wave", ovvero "nuova ondata". Ma che evoca in ognuno di noi (quasi) l'epoca d'oro del cinema francese, quello che girava pagina, il cinema di Godard, di Alain Resnais, e soprattutto di Francois Truffaut. Chi non ricorda quei film in b&n degli anni '60 e quello che rappresentavano anche visti anni dopo? Per chi non ricorda, il consiglio è di andarli a vedere o rivedere.

Ma torniamo alla musica, scelto il nome bisognava pensare anche, appunto, alla musica, e l'idea era: scelte accurate dei brani, arrangiamento acustico, lieve, ispirato alla bossa nova, e le voci. Che non erano di cantanti inglesi con voci arrabbiate o graffianti, ma (pressoché sempre) di giovani donne (francesi), ottime cantanti, che interpretavano quei brani in perfetto inglese ma con un lievissimo accento francese, che le rendeva ancora più sognanti ed eteree. Un trattamento che fa risaltare canzoni già adatte come il piccolo capolavoro dei Talking Heads, The Roard To Nowhere, ma quasi stranianti eppur assai efficaci con brani come Master And Servant dei Depech Mode o Too Drunk To Fuck dei Dead Kennedys. O come In A Manenr Of Speaking dei Tuxedomoon, che ho ascoltato l'altro ieri con qualche sorpresa in uno strano film italiano dell'anno scorso (La felicità è un sistema complesso) con Valerio Mastrandrea, che aveva però una colonna sonora (oltre a scelte scenografiche) originale e raffinata.


Bè, la banda Nouvelle Vague è tornata, con altre cantanti ancora (saranno state almeno 20 che si sono alternate nei vari album, tutte angeliche nella voce e all'altezza delle aspettative nell'aspetto), un altro album con altre scelte originali sempre in zona New Wave e dintorni. Fino addirittura ai Ramones con I Wanna Be Sedated, più per la prima volta 4 canzoni loro.

L'album si chiama I Could Be Happy. Probabilmente per qualcuno questa musica tra jazz, lounge e bossa nova potrà sembrare un po' inutile, ma se cercate qualcosa di gradevole, rilassante ma non noioso e anche musicalmente stimolante per le continue invenzioni nell'arrangiamento, è difficile trovare di meglio.



Cosa sentiamo? Una scelta difficile. Proviamo con un brano dei Tuxedomoon, dal vivo. Ma vedrete che passerete da un brano all'altro, come noccioline.



Oppure The Road To Nowhere dai Talking Heads




giovedì 3 novembre 2016

2016-11-3 / Penguin Cafè Orchestra

Una mattina il musicista inglese Simon Jeffes si è svegliato dopo aver fatto un sogno che avrebbe avuto per lui alcune conseguenze. Si era perso, come succede spesso nei sogni, e chissà come era arrivato in uno strano locale in un luogo senza tempo, dove una piccola orchestra di pinguini suonava una musica insolita e indefinibile, eppure familiare. Essendo un musicista si è chiesto appena sveglio se poteva ricreare almeno in parte quella sensazione. Non so quanto tempo ci è voluto, ma alla fine ha proposto al mondo la sua interpretazione di quel sogno. Era la Penguin Cafe Orchestra, e grazie ad una piccola etichetta inglese, chiamata significativamente Obscure, un album chiamato Music From The Penguin Cafe consentiva anche a tutti gli altri di sperimentarla.
Musica per soli pochi strumenti acustici, in maggioranza classici (viola, violoncello, piano) ma anche insoliti come ukulele o spinetta, qualcosa che poteva entrare in un angolo di quel Cafe, musica senza testi, a volte spiazzante, senza regole, mai difficile e astrusa, che lasciava una vaga sensazione di ascoltarla in un sogno. E di leggerezza. Qualcosa di molto diverso da quello che si poteva ascoltare nel 1976, ma che si è sviluppato negli anni seguenti con altri album per etichette più importanti. Come Signs Of Life che è l'album con cui li ho scoperti io, una quindicina di anni dopo, grazie ad una recensione su Linus del mitico Bertoncelli.
Una storia che purtroppo si è chiusa nel 1997 per la prematura scomparsa di Jeffes.


Se volete potete provare anche voi a scoprire la musica dell'orchestra dei pinguini, potete iniziare per esempio da "The Sound Of Someone You Love Who's Going And It Doesn't Matter" ovvero "il suono di qualcuno che ami ma che sta andando via e non importa" che mi pare già dal titolo una buona sintesi della poetica di questo gruppo di musicisti. Vi segnalo comunque che una recensione più seria e completa di questa si può cercare su Ondarock.
Per ascoltare questo brano occorre Spotify (anche gratuito) perché su YouTube non c'è. Si può ascoltare però l'orchestra dal vivo che esegue uno dei brani più celebri del gruppo, Air a Danser (non mascherati da pinguini reali, niente paura) oppure nel link un altro notevole pezzo, Pereptuum Mobile, usato in qualche film che ora non ricordo.


sabato 8 ottobre 2016

2016-10-8 / Jacques Brel (monografia)

tensa attività di attore. E attore in un certo senso era anche nella musica, perché privilegiava il momento del concerto, del contatto con il pubblico, con un approccio prettamente teatrale. Naturalmente tutti lo amano per le canzoni più famose, di amore infelice, come la celeberrima Ne me quitte pas, o di intensa e ormai sconfitta nostalgia, come La chanson des vieux amants, e forse questo lato triste e disperato lo ha in qualche modo fissato in un personaggio ben preciso. Oggetto di qualche irriverente satira anche da noi, con Verdone e soprattutto con Proietti.


Ma lo stesso Jacques Brel, persona obiettiva come pochi, è stato il primo a ironizzare con il suo involontario personaggio, interpretando con grande auto-ironia il personaggio chiave del film L'emmerdeur (sorvolo sulla traduzione del titolo) poi notissimo anche da noi nella trasposizione USA di Billy Wilder, con Lennon e Matthau. Ma basta parole di presentazione, invito a leggere la monografia di Sandro, e poi se volete andate a riscoprire le sue canzoni ben oltre le due che ho citato (ne ha scritte più di 150) che si trovano facilmente su YouTube, e per molte di esse ci sono le traduzioni su M&M.